Il principio: un paese che concentra tutto nelle capitali e nelle grandi città, privando il governo locale di poteri e risorse reali, non è un paese moderno. La legge nazionale deve abilitare il decentramento: senza di essa, nessun sindaco — per quanto capace — può riformare davvero la propria città.
Questo capitolo è la cerniera tra il programma nazionale MRSS e il programma municipale Roma 2030. Contiene le misure legislative che solo il governo nazionale può adottare e che sono pre-condizione per riformare la governance delle grandi città italiane.
Il problema: decentramento senza poteri reali
L’Italia ha due livelli di governo locale che esistono sulla carta ma non funzionano nella pratica. I 15 Municipi di Roma Capitale hanno competenze formali ma nessuna autonomia di bilancio reale: ogni decisione rilevante deve passare per il Campidoglio, con tempi incompatibili con la vita quotidiana dei residenti. Le 14 Città Metropolitane, istituite dalla Legge Delrio nel 2014, hanno sostituito le Province ma non hanno ricevuto le risorse né i poteri per funzionare diversamente.
Il risultato è un paradosso: il paese con le più grandi città d’Europa meridionale ha il governo locale più debole d’Europa occidentale. Roma gestisce 1.287 km² e 2,7 milioni di abitanti con una struttura amministrativa centralizzata progettata per una città degli anni Cinquanta.
Riforma di Roma Capitale
Roma ha uno statuto speciale garantito dall’Art. 114 della Costituzione e regolato dal D.Lgs. 61/2012. Cambiare i poteri dei Municipi richiede una modifica di questo decreto da parte del Parlamento — non basta una delibera del Consiglio Comunale.
Autonomia di bilancio ai Municipi: una quota vincolata del bilancio comunale (proporzionale a popolazione e superficie) viene assegnata direttamente a ogni Municipio senza passare per il Campidoglio. I Municipi rendicontano pubblicamente ogni trimestre. Il Campidoglio mantiene le funzioni strategiche, di coordinamento e di perequazione tra Municipi.
Potere deliberativo su materie di prossimità: manutenzione ordinaria del verde e delle strade, impianti sportivi di quartiere, asili nido comunali, edilizia residenziale pubblica locale, mercati rionali. Materie su cui il Municipio delibera autonomamente entro i limiti di bilancio assegnati.
Elezione diretta rafforzata: i presidenti di Municipio sono già eletti direttamente, ma il loro mandato è svuotato dall’assenza di risorse proprie. La riforma collega mandato politico e responsabilità finanziaria: chi viene eletto ha i mezzi per mantenere le promesse.
Riforma delle Città Metropolitane
Le 14 Città Metropolitane italiane (Roma, Milano, Napoli, Torino, Firenze, Bologna, Bari, Venezia, Genova, Reggio Calabria, Messina, Catania, Palermo, Cagliari) concentrano oltre un terzo della popolazione italiana. Hanno bisogno di una governance all’altezza del loro peso economico.
Dotazione finanziaria adeguata: le risorse seguono le funzioni trasferite da Stato e Regioni, a saldo invariato per la finanza pubblica: chi riceve una competenza riceve anche la spesa che la finanziava.
Competenze reali: trasporto metropolitano integrato (oggi frammentato tra comuni, regioni e società partecipate diverse), pianificazione urbanistica sovracomunale, gestione integrata dei rifiuti d’area, housing sociale nei comuni dell’hinterland.
Governance democratica: il Sindaco Metropolitano viene eletto direttamente dai cittadini dell’area metropolitana, non più di secondo livello dai sindaci dei comuni membri. La legittimità democratica diretta è la pre-condizione per esercitare poteri reali.
Finanziamento locale più flessibile
L’Italia affida agli enti territoriali solo il 16,4% delle entrate fiscali complessive (5,2% agli enti locali). Con un’autonomia così limitata i comuni restano vulnerabili ai tagli e hanno poco incentivo a migliorare i servizi, perché i risparmi non restano sul territorio.
Addizionale IRPEF: il limite attuale dello 0,8% viene alzato all’1,2% per i comuni sopra i 100.000 abitanti, con obbligo di rendiconto destinazione per gli eventuali aumenti.
Compartecipazione IVA: i comuni delle Città Metropolitane partecipano in quota fissa (0,5%) al gettito IVA generato nel loro territorio, in sostituzione di trasferimenti statali di pari importo. Questo crea un incentivo diretto allo sviluppo economico locale — ogni impresa nuova genera entrate comunali dirette.
Autonomia TARI: i comuni che raggiungono obiettivi di raccolta differenziata certificati possono ridurre la TARI senza compensazione statale, trattenendo il risparmio come entrata propria.
Credito per gli investimenti: l’Art. 119 della Costituzione consente agli enti locali di indebitarsi solo per investire. Cassa Depositi e Prestiti, che già oggi è il principale finanziatore dei comuni, apre uno sportello dedicato alle Città Metropolitane e ai grandi comuni (Cap. XX): mutui a lungo termine per trasporto rapido di massa, edilizia residenziale pubblica, scuole e reti, cofinanziati dalla BEI.
Collegamento con Roma 2030
Il programma municipale Roma 2030 descrive cosa farebbe un sindaco MRSS una volta eletto. Questo capitolo descrive cosa deve fare il governo nazionale prima, per rendere possibile quella governance. I due documenti sono complementari e vanno letti insieme: Roma 2030 è il fine, questo capitolo è il mezzo normativo.
Modelli di riferimento:
- Francia — Loi Defferre (1982): prima grande riforma della decentralizzazione; le regioni e i dipartimenti ricevono competenze proprie e bilanci autonomi. Seguita dalla Loi NOTRe (2015) che ha razionalizzato e rafforzato le regioni.
- Germania: struttura federale con Länder forti e comuni con autonomia fiscale reale. L’Italia affida agli enti territoriali solo il 16,4% delle entrate fiscali complessive (11,3% alle Regioni, 5,2% agli enti locali), e il 54% dei dipendenti pubblici è impiegato a livello ministeriale contro l’11% tedesco. La Gewerbesteuer, tassa comunale sulle imprese, è la principale entrata propria dei comuni tedeschi
- Spagna — Ley de Bases del Régimen Local: autonomia comunale garantita dalla Costituzione del 1978; le Comunidades Autónomas hanno poteri paragonabili agli Stati federali. Il caso di Barcellona (con il suo sistema di districtes autonomi) è il benchmark diretto per Roma